3 esempi di architettura inclusiva tossica

Quando si parla di inclusione, in pochi, sanno realmente di cosa si tratta e come si opera per renderla tale. Si tende a trovare soluzioni ad ogni costo per migliorare l’integrazione delle persone con disabilità, non conoscendo la giuste modalità, le visuali da rispettare, ma solo alimentando esempi di abilismo non troppo velato, che possiamo definire inclusione tossica da non incentivare. È utile informarsi, allenare la propria conoscenza a sapere cosa non va fatto (spesso in questo modo si risparmia tantissimo denaro pubblico) e affidarsi a professionisti del settore. Come Associazione abbiamo uno sportello dedicato curato dall’Architetto Rosa Scilipoti che potete contattare per ogni dubbio. Crediamo che “alternativa” sia una parola consona da abbinare ad inclusione, perché in essa si può trovare una soluzione.

Cosa rende qualcosa inclusivo? che sia un prodotto o un servizio, ciò che emana inclusione dovrebbe rendere paritaria la vita delle persone con disabilità, non creando disparità nel concetto di normalità.
Non è facile comprendere, ma con qualche esempio pratico, siamo sicuri presterete una nuova attenzione. Ci sono esempi “falsi positivi” che la gente reputa innovativi per l’inclusione, ma in realtà sono pericolosi e diseducativi.

3 ESEMPI DI ARCHITETTURA OSTILE

Per capire meglio cosa sia l’inclusione tossica, ecco 3 esempi che spopolano sui social, tra acclamazioni, like e condivisioni virali, ma vi spoileriamo: sono tutti da bocciare.

  1. La panchina inclusiva

Purtroppo già presente in alcuni parchi d’Italia come avanguardia di design inclusivo, queste panchine hanno 3 postazioni con uno spazio lasciato vuoto nel mezzo, un buco senza seduta, ma con lo schienale. Secondo la genialità di chi l’ha progettata, in questo modo, chi è in carrozzina, si infila nel buco e si sente incluso. Non va bene, per più motivi: si pensa che la disabilità, ancora una volta, sia solo essere seduti in carrozzina. Lasciando poi lo schienale, la possibilità di ingombro si riduce e non si è più sulla stessa traiettoria di dialogo degli altri occupanti. Perché creare una panchina così, che non risolve, anzi peggiora? Le tradizionali panchine sono già accessibili, infatti consentono a chi è in carrozzina di posizionarsi ai lati. Preoccupiamoci invece, di migliorare l’accessibilità adiacente alle panchine: marciapiedi più larghi, manutenzione buche e scalini, etc.

2. STRAMP, la rampa che scompare

Porta un nome che è ormai un marchio, di pericolosità: acronimo per definire una scala unita a una rampa (dall’inglese STAIR + RAMP). 
Si insiste a considerarla come struttura innovativa a livello di abbattimento di barriere architettoniche per superare dislivelli, e inclusione perché ha anche le scale per chi può farle. Non va bene per nessuno ed è molto pericolosa: per chi è in carrozzina perché non ha cordoli di protezione tra la rampa e le scale, per chi ha una disabilità visiva perché di difficile percezione il cambio di “terreno”, per chi non ha niente perché non si ha una visuale completa di ciò che si calpesta e la camminata dovrebbe avere ampiezze di passo eseguite con estrema attenzione.

3. L’altalena per carrozzine

È l’altalena che spopola in quasi tutte le progettazioni di parchi inclusivi. Erroneamente viene classificata come il punto di partenza dell’inclusione ludica, invece con l’inclusione non ha niente a che fare, anzi è deleteria per diversi motivi: è esclusivamente riservata a utenti in carrozzina, quindi non fruibile da tutti i disabili, ma solamente dagli utenti che vi salgono con la propria carrozzina. Attenzione anche alla sicurezza, dettaglio che non può essere ignorato: la sicurezza di aree gioco e strutture gioco è regolamentata dalla normative europee UNI EN 1176 e UNI EN 1177. Progettare un parco inclusivo non vuole dire acquistare le giostrine, ma serve una progettualità di intenti in ambito ludico in sinergia col bisogno territoriale.

Nelle progettualità di abbattimento delle barriere architettoniche o della resa inclusiva di un luogo, è sempre bene affidarsi a chi ha una professionalità reale sul campo. Si evita di alimentare cattivi esempi e una cultura accessibile fallace nell’utilizzo, nella sicurezza e nella progettualità.

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